Attenzione alla Kitsune

Input: Scegli un libro a caso nella stanza. Trova una breve storia, copia l’ultima frase e usala come prima riga nella tua nuova storia.

“Due metri più sotto, soggetto all’umana gravità, l’Urlo, che impugnava un violino, disse ai tre compagni musicisti:
– L’avevo detto subito che era una signora bizzarra! Su, riprendiamo a suonare. Alors on danse!”

“Un altro giro Théo.”
“Arriva subito.” Jean era al secondo shot, ultimamente beveva in solitudine, e con più avidità. Doveva essere successo qualcosa di grosso. Ma lui, dalla sua esperienza come barista, sapeva che erano i clienti a trovare il momento giusto per parlare. In genere succedeva dopo circa 5-6 bevute. Stasera Jean poteva arrivarci.
“Che tempo di merda.”
“Puoi dirlo forte.”
“Ci mancava solo questa. Dammene un altro.”
“Che ti succede, Jean?”
“È tutta una merda.” Giù un altro bicchierino. Mancava poco ormai, le parole iniziavano a salire lente. “Questo mese mi sta lasciando…”
La porta si spalancò con fragore, interrompendo la confessione. Un tuono annunciò l’arrivo della figura esile che, nell’attimo in cui l’intero bar si voltò, si accasciò al suolo.
“Tutto bene? Mi senti?” La donna, avrà avuto al massimo 32 anni, sbatté più volte le palpebre. Non capiva, dove era? Le faceva freddo, si sentiva nuda e bagnata. “Come ti chiami?”
Silenzio.
Lo sguardo della donna si posò su Jean. L’alcool quella sera lo faceva sorridere in modo un po’ ebete, almeno dopo aver visto quella straniera riaprire gli occhi. Improvvisamente gli saltò al collo, facendo in parte cadere la coperta che la copriva. Era arrivata sotto la pioggia, bagnata fradicia, con appena un paio di vestiti completamente strappati.
“Dovresti asciugarti, così ti ammalerai.”
“Via da qui, via da qui!” Eccola che si metteva a urlare, queste orientali non si riuscivano proprio a capire.
“Théo, ti dispiace se la porto a casa mia? Ho qualche vestito di mia mo-… ho dei vestiti da poterle dare. Magari può farsi un bagno caldo.”
“Non ci sono problemi.” Ecco forse cos’era successo, la moglie se n’era andata? Lo aveva tradito? Chissà.
Avvolta nelle coperte la donna montò in macchina e sparì dal locale insieme a Jean. Che donna bizzarra.
Nei giorni successivi non si fecero vedere, il bar rimase tranquillo.
Fu un pomeriggio che Théo, mentre passeggiava, vide passare due volti noti vicino al Mur de la Paix. Erano Jean e la straniera. Capelli color del fumo, gli occhi neri con le punte in su, labbra piccole e carnose. Lei, lo sguardo fermo davanti a sé, un sorriso fugace, sghembo, all’udire il suono della voce di lui. Lui, gli occhi che vorticavano ovunque, spalancati e arrossati, un ghigno inestinguibile, la voce che usciva spezzata, incontrollata. Alternava gridolini a borbottii confusi. Si guardava continuamente intorno. Jean. Lo sguardo di un pazzo. La straniera, con il potere di domarlo.
Il breve episodio lasciò Théo di stucco, non poteva immaginarsi in che disastrosa situazione si era cacciato il suo cliente, ma almeno aveva qualcuno accanto ora.
Il tempo scorreva, un’altra sera da cani. Un altro temporale di quelli da far paura. La porta del bar si spalancò di nuovo con forza. Jean era tornato, accompagnato. La donna gli camminava davanti, fiera, sembrava divertita. Si sedettero al bancone, lui sembrava inquieto, non stava fermo un attimo, ma elargiva radiosi sorrisi alla donna al suo fianco.
“Cosa ti va di bere?”
“Per me qualcosa di molto forte.”
“Théo, due bevute che accendano la serata!”
“Arrivano subito. Come va Jean? È un po’ che non ti fai vedere.”
“Ho sistemato un po’ di cose.”
“Ecco a voi. Alla vostra.”
Jean buttò giù tutto d’un sorso, proprio come l’ultima volta. Lei lo guardò fiera, a tratti quasi in modo affettuoso. Appoggiò la borsa sul banco, ne estrasse una piccola sfera luminosa. Si alzò e successe qualcosa. Le bottiglie di liquore esposte dietro il bancone esplosero, spargendo ovunque odori tremendi. Davanti a Théo si alzò una lingua di fuoco alta quanto lui, non poté trattenere un Urlo.
“Tu mi piaci, ci rivedremo.”
Il locale prese fuoco.
I vigili del fuoco arrivarono in pochi minuti, molto di più ci misero a domare le fiamme. Nessun morto, pochi feriti lievi. Jean che guardava lontano. Théo che gli si sedette accanto, sul marciapiede.
“L’hai vista? Se n’è andata. La mia kitsune. Lei era mia. Mia.”
Il barista non parlò. Dal locale, oltre le fiamme, aveva visto una volpe con tre code fuggire, sembrava ridesse. Non la rividero più.

10 anni dopo

Il locale era stato completamente restaurato, nuovo di zecca. Le finestre dai vetri colorati, il bancone in legno scuro. I distributori di birra che attingevano dai barilotti a vista. Fantastico. Théo aveva lavorato molto, ogni dettaglio ora era esattamente come doveva essere. C’era anche un palco per le band. L’inaugurazione. Era il momento che preferiva. Un sacco di persone che andavano lì a fare complimenti, a spendere un po’ di soldi. Per l’occasione aveva organizzato di suonare con la band degli amici d’infanzia. Tutti sembravano divertirsi.
Un altro cliente oltrepassa la porta lasciata aperta, era una giovane donna, sulla trentina. Straniera. Era lei. La volpe era tornata e su di lei fluttuava quella luce che nessuno sembrava vedere, quella luce che la condusse dal suo Jean.

Due metri più sotto, soggetto all’umana gravità, l’Urlo, che impugnava un violino, disse ai tre compagni musicisti:
– L’avevo detto subito che era una signora bizzarra! Su, riprendiamo a suonare. Alors on danse!

Immagine

 
     -Ronny-

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