Campo estivo – Parte 1

Questo testo l’ho scritto dopo averne sognato una parte. Non è niente di che, non ha una trama da reggere o chissà cosa, volevo soltanto scrivere un po’ perché è solo così che potrò sempre migliorarmi. Quindi se la storia di per sè non vi piace vi dico già che non entusiasma neanche me, ma se sarà scritto bene allora sarò una persona felice.

Anche quell’anno, come ogni anno, mi ritrovai a frequentare il campo estivo. Si trovava in un’area aperta molto grande al cui centro c’era l’edificio principale compreso di camere, bagni, cucina e sala mensa. Era un campo riservato soprattutto a ragazzi di buona famiglia, gente altolocata. Io mi ritrovavo lì semplicemente perché era il campo che offrivano a minor prezzo a mia madre, costretta a lavorare tutta l’estate. La quantità di ragazze era di molto ridotta, non superavamo la ventina, ed erano per metà grasse ed egoiste e per metà bellissime e millantatrici.
Erano ormai passate delle settimane e la mia solitudine si faceva sempre più palpabile. Le ragazze mi escludevano e si divertivano trattandomi come un oggetto. Per loro ero un passatempo con cui divertirsi facendo scherzi di pessimo gusto.
Nel campo si organizzavano dei giochi, delle gare a gruppi e, ovviamente, le ragazze componevano un unico gruppo. Era arrivato il giorno delle nostre competizioni, ma al mio risveglio mi ritrovai ad affrontare l’ennesimo scherzo. Tutte le mie cose erano sparite, l’armadio era vuoto e tutte le ragazze mi guardavano sogghignando e parlottando tra loro. Fu veramente il limite, non riuscivo più a sopportare e me ne andai dalla camera, senza più voler tornare. Ma dove volevo andare in pigiama, conciata così? Iniziai a vagare tra i corridoi, ogni tanto affacciandomi in qualche camera aperta per cercare di scorgere un mucchio di vestiti arruffati.
Arrivata alla porta di una camera al richiamo di “c’è nessuno?” rispose un ragazzo. Quando lo vidi mi meravigliai tantissimo; era un mio vecchio amico, avevamo frequentato le scuole primarie insieme prima di perderci di vista. Eravamo abbastanza legati, ci trovavamo al parco a giocare di quando in quando.
«Zore? Che ci fai qui?» Le lacrime iniziarono a velarmi lentamente gli occhi a causa di quell’incontro, speranzosa che almeno lui fosse diverso da tutte le persone che avevo incontrato lì e che mi avrebbe aiutata.
«Ehi, ciao» Il suo modo di fare era po’ impacciato, ma almeno non sembrava uno spaccone presuntuoso come il resto del campo. Non riuscendo più a controllarmi dopo così tante umiliazioni subite e sperando di aver trovato chi finalmente mi avrebbe tirata fuori da quelli situazione ormai degenerata, gli andai  incontro e lo abbracciai forte. Per un attimo rimase sconcertato, poi mi abbracciò anche lui e mi chiese cosa fosse successo. Gli raccontai della mia situazione, delle arpie con cui ero obbligata a condividere la stanza e di quello che mi avevano fatto proprio quel giorno in cui avrei dovuto mostrarmi all’intero campo e a tutti i suoi ospiti durante la competizione.
Durante il racconto piansi tutte le mie lacrime, sfogai dopo così tanto tempo ogni attimo di disperazione che avevo vissuto. Zore allora mi scostò dandomi un fazzoletto e mi condusse al porticato all’aperto per prendere un po’ d’aria fresca, quella che lascia un acquazzone estivo alle sue spalle, mentre ancora cadevano le ultime gocce. Mi scusai per il mio comportamento, ma lui rispose che non dovevo essere così fragile, dovevo essere forte e reagire, loro non dovevano sopraffarmi perché loro erano la peggior feccia umana che potesse esistere.
Ascoltai tutto il suo discorso, cercando di convincermi delle sue parole e chiedendomi se davvero IO sarei riuscita a far ciò che mi proponeva. Alla fine mi riaccompagnò nella mia stanza per provare a cercare nuovamente tutte le mie cose. Aprii armadi e comodini, ma erano tutti completamente vuoti. Una ragazza, sul terrazzo, iniziò a canzonarmi da dietro una finestra con la persiana chiusa. Ogni mio sentimento si era tramutato in rabbia che cresceva, cresceva, cresceva sempre di più finché, riaprendo gli occhi, il mio corpo capì cosa ero in grado e dovevo fare. Mi voltai, furiosa, mi avvicinai e con tutta la forza che avevo le tirai il pugno più forte della mia vita, dritto in faccia, così forte da rompere la persiana che ci separava e giungere fino a lei.
Rimasero tutte in silenzio, fissandomi sbalordite, Zore sogghignava senza neanche tentare di nasconderlo e io riuscivo finalmente a riscattarmi di tutto ciò che mi era stato fatto.
Nel pomeriggio mi preparai come meglio potei: i capelli scuri pettinati con le mani restavano un po’ arruffati, ma la coda di cavallo sembrava domarli quanto bastava; di trucco non se ne poteva proprio parlare dato che erano “scomparsi”, le occhiaie restavano ben visibili e l’unica luce che poteva ricevere il mio volto erano gli occhi grandi e verdi, compresi di singolari venature gialle, contornati dalle lunghe ciglia scure. Jeans e maglia erano leggermente larghi, ma meglio così, dato che non potevo avere una tuta.
Mi guardai l’ultima volta nello specchio, sospirai e mi decisi a uscire dal bagno.
«Ehi, sei fortissima. Battile tutte!»
«Lo farò» In quella frase racchiudevo tutta la determinazione che mi aveva trasmesso il mio amico e tutta la rabbia che avevo conservato per così tanto tempo.
Affrontai molte delle prove, tutte in modo discreto: ostacoli, arrampicata, velocità… Fintanto che arrivò la corsa. La prova consisteva nel fare un tratto di corsa per poi tornare indietro portando in spalla o stando in spalla di qualcuno. Su tutte quelle oche che mi circondavano non potevo fare affidamento, la mia unica speranza era convincere qualcuna di molto minuta a farsi trasportare sulle mie spalle. Giunta al capolinea mi ritrovai una schiera di ragazzi che pregavano le più carine di farsi portare sulle proprie spalle. Davanti a loro c’era Zore, silenzioso e sorridente, che mi aspettava con le mani poggiate sui fianchi.
«Cos-…»
«Hai fatto abbastanza, ora riposati»

-Ronny-

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