La locomotiva – Parte 2/3

«Rose!! Rose!! Apri! Sono Charlotte!» La porta si aprì velocemente e ne comparve la mia amica. La sua casa era più ampia della mia. Apparteneva alla media borghesia, ma non aveva marito che lavorasse. Lui era morto qualche anno prima. Lavorava nelle fabbriche e si sa, chi lavora nelle fabbriche rischia la vita più di un militare in guerra. Una macchina si ruppe e lui morì insieme ad altri cinque uomini. Dopo l’accaduto la mia amica era rimasta sola e povera, venne ad abitare insieme a me e alle mia famiglia finché, due anni dopo, un suo zio che era riuscito a trovare un lavoro prestigioso morì e lasciò tutta la sua eredità a lei, unica nipote.
Mi fece entrare e ci accomodammo nella sala, su di un divanetto.
«Cosa è accaduto? Come mai hai gli occhi gonfi di pianto?»
«Questa mattina ho ricevuto una lettera. Wilner non tornerà più a casa!» E porgendo la lettera all’amica scoppiai in un’altra crisi di pianto, mentre il bambino, fortunatamente, dormiva nella camera accanto.
«Ma cosa dici! Come può non tornare più?» Rosalie aprì la busta e lesse il contenuto. Lei era più veloce perché si fece insegnare dallo stesso zio che le lasciò i soldi. Era generoso e non aveva figli, quindi si occupava di lei come fosse stata sua. «Oh, mio Dio. E’ terribile. Non sai quanto mi dispiace Charlotte, mi dispiace molto.» Intanto io piangevo stretta nell’abbraccio della ragazza.
Non so quanto tempo passò, ma mi risvegliai che era buio, su un letto, accanto a mio figlio che dormiva beato. Le guance rosee; i boccoli come i miei, ma castani come il padre. Anche gli occhi erano grandi come quelli di suo padre. Le ciglia lunghe le aveva acquistate da me, gli toccavano le guance. Era così sereno, così piccolo. Sbadigliò piano formando una piccola O con le labbra piene. Era un angioletto. Mi alzai e mi diressi piano verso la cucina, per affacciarmi alla grande finestra che dava sulla strada. Fuori era leggermente più chiaro. L’alba incombeva e i primi chiarori della giornata si facevano spazio tra l’oscurità. Osservavo il sole sorgere lentamente chiedendomi dove fosse mio marito, se mi avessero riportato il suo corpo oppure no. Poi sentii una mano toccarmi la spalla. Rose era venuta in cucina e mi aveva raggiunta alla finestra.
«Ti capisco. E’ successo anche a me.»
«Ma me lo riporteranno? Voglio dire, quel che ne resta.»
«Non lo so Charlotte. Magari sul giornale di oggi c’è scritto qualcosa in merito.»
«Sì, può darsi.» Aspettando che il ragazzo del giornale arrivasse restammo alla finestra, in silenzio. Poi sentimmo la solita suffragetta urlare in strada parole di libertà, seguita dalle imprecazioni di un uomo e le urla di lei. Poi vedemmo una donna correre davanti a noi, oltre la finestra, e il poliziotto rincorrerla, afferrarla, trascinarla in terra e prenderla a calci. Rose mi fece voltare e mi disse di tornare da mio figlio, che nel frattempo si poteva essere svegliato. Lei avrebbe aspettato il ragazzo e acquistato il giornale. Tornai in camera e vidi il bambino stiracchiarsi pigramente prima di tornare ad accoccolarsi sotto le coperte. Mi sedetti accanto a lui e iniziai a cantare la ninnananna che mi cantava sempre mia madre.
Quando il mio bambino si svegliò, dopo circa mezz’ora, lo presi e tornammo in cucina per fare la colazione. Trovai Rose china sul tavolo intenta a leggere il giornale.
«Perché non mi hai chiamata?»
«L’ho appena preso, volevo prima verificare se c’era qualcosa di importante.» Mi sedetti al tavolo con una fetta di pane che mio figlio iniziò a mangiare.
«Allora cosa dice? Parla del treno?»
«Sì, è stata una grande sorpresa per tutti. Gli hanno dedicato un articolo intero. Senti un po’. I vagoni dei passeggeri sembra siano rimasti tutti intatti. Vicino al capolinea c’è uno scambio di binari, erano uniti male, il treno che stava arrivando di lato doveva curvare sulle rotaie parallele a quelle della nuova locomotiva, ma i macchinisti si sono accorti dell’errore e hanno tirato il freno di emergenza. Ovviamente la velocità elevata non ha aiutato in questo, ma l’altro treno non si è fermato perché i freni erano rotti. La locomotiva del treno di tuo marito si è fermata proprio all’incrocio dei binari e l’impatto con l’altro treno è stato disastroso. Sono morti cinque macchinisti. I passeggeri stanno bene e poche decine sono lievemente ferite. Tuo marito ha fatto un gesto davvero nobile. Ha sacrificato la sua vita per salvare i suoi passeggeri.»
«Davvero nobile.» I lucciconi mi appannarono la vista, ma non piansi più. Le lacrime finirono quel giorno, per sempre. «Dovrei andare dai miei genitori a informarli. Non ne ho la forza.»
«Non preoccuparti. Glielo potrai dire oggi, dopo aver pranzato.»
La mattina passò lenta. Tornai a casa per vedere se erano arrivate altre lettere e tornai dalla mia amica a mani vuote, mangiammo poco e insieme andammo a casa di mia madre e mio padre. Arrivate lì spiegai cos’era accaduto, mostrando, oltre alla lettera ricevuta il giorno prima, il giornale che descriveva i fatti. Quando ci salutammo affidai mio figlio alle cure di mia madre e portai Rosalie in piazza. Mi guardava stupita, probabilmente pensava che fossi diventata pazza. Ci sedemmo ad una panchina e le parlai della donna che avevamo visto quella mattina, delle idee suffragiste, della libertà e della parità. Rose sembrava un po’ preoccupata, mi mise una mano sulla testa per sentire se scottavo, ma la convinsi che stavo bene, che volevo lottare anch’io.
«Nella vita dobbiamo lottare per avere. Noi non abbiamo nulla. Noi non serviamo a nulla. A casa ci sfruttano: dobbiamo lavare, cucinare, istruire i bambini. A lavoro ci sfruttano ancora di più: lavoriamo dodici ore al giorno per guadagnare una miseria. Basta. Noi non vivremo più così. Lottiamo per la parità!» Ero in piedi, con il pugno alzato, mentre due donne che mi avevano sentita stavano applaudendo. Lo sguardo della mia amica cambiò, divenne deciso e forte si alzò anche lei e urlò:
«Lottiamo per la parità!» Le donne che ci stavano osservando compiaciute e noi urlammo un “Sì!” troppo forte, perché un poliziotto si stava velocemente avvicinando con un bastone in mano e in meno di un minuto eravamo tutte e quattro sparite dalla piazza. Le due donne ci avvicinarono e iniziarono a parlarci delle loro idee, delle decisioni, dei sacrifici. Mentre parlavamo camminavamo lentamente, e giunse il tramonto.
«Questa notte, alle due in punto, ci troveremo in questo bar. – ci indicò un vecchio bar, di fronte al quale ci eravamo fermate – Quando arriverete chiedete alla barista, lei vi farà entrare in una stanza. Saremo tutte lì. Siate puntuali mi raccomando, stasera prenderemo decisioni importanti.»
Così ci dividemmo e Rose e io tornammo nella casa della mia amica. Durante la cena discutemmo se partecipare o no a quell’assemblea segreta. Io ero evidentemente intenzionata ad andare e lo era anche la mia amica. Eravamo decise, da quel giorno divenni una suffragetta anche io. Più determinata che mai. Uscimmo di casa un po’ in anticipo, per la paura di non trovare subito la strada del bar, ma fu molto più facile di quanto pensassimo perché in breve tempo le strade furono piene di donne incappucciate che si dirigevano, a gruppi o singolarmente, nella stessa direzione. Durante quella processione Rosalie mi chiese cosa avessi deciso di fare con mio figlio. Risposi sinceramente che non me ne sarei più occupata, ora ero davvero una donna libera, che combatteva per la libertà. Forse, se mia madre me lo avesse permesso, sarei andata a trovarlo di tanto in tanto, ma per ora era tutto da vedere. Rose mi disse di andare a vivere da lei, dato che eravamo sole ed io acconsentii.  Avrei venduto la mia casa il mattino seguente e i soldi guadagnati andarono nel fondo che chiamammo “fondo suffragette”.Quella notte, all’assemblea, ritrovammo le due donne che avevamo visto il pomeriggio precedente e queste ci presentarono alle altre. Dato che eravamo nuove, delle giovani donne si offrirono di riassumerci la situazione in cui erano, le loro intenzioni… Dopodiché una donna più anziana prese il loro posto e iniziò a illustrare tutto ciò che avevano pensato riguardo vari problemi, tra cui la persecuzione delle guardie, oppure l’ignoranza popolare, cui venivano nascosti molti fatti riguardanti decisioni della borghesia o altro, ma a questo fu facile trovare una soluzione. Non eravamo tutte donne povere e senza nulla, tra noi c’erano anche donne appartenenti all’alta borghesia, e queste si erano offerte di riferirci varie decisioni e anche di donare dei fondi monetari. Tutte furono molto contente della notizia, ma i poliziotti restavano ancora un’incognita. Erano aumentati in numero, viste le molte manifestazioni, ma questo serviva solo a far crescere lo spirito combattivo delle suffragette.

-Ronny-

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