La notte in cui Francesca morì – parte 2

Mi sento la testa martellare, oddio non ne posso più. È come avere un omone che si diverte a usare la mia testa come un tamburo, e ha anche ritmo. Oddio che dolore. Cerco di muovermi con enorme fatica, le gambe sono pesanti e le spalle curve. Le ginocchia tremano per un secondo e poi mi ritrovo carponi. Guardo le mie mani appoggiate su una fredda superficie composta di niente. È tutto nero, mi guardo intorno allarmata, come ho potuto non accorgermene? Tutto qui è semplicemente niente, solo nero. Non è neanche oscurità, perché io riesco a vedermi benissimo, è soltanto un’immensità di niente. Lascio ciondolare la testa, questo semplice movimento mi ha lasciata senza forze. Qualcosa mi picchietta la nuca, alzo di nuovo lo sguardo e resto incredula. Piove. Piove nel bel mezzo del nulla. Sento le fredde gocce attraversarmi i capelli, le sento impregnarmi la maglietta e sento sotto le dita l’acqua che si accumula sul pavimento scuro. Adesso oltre al mal di testa arrivano anche i brividi di freddo, a tratti non riesco neanche ad aprire gli occhi. L’acqua non fa che aumentare, ora mi arriva alle caviglie. Come è possibile che salga così velocemente? Mi rimetto in piedi e ho i pantaloni immersi fino al ginocchio. Oddio non è possibile. Eppure l’intensità della pioggia non è cambiata, come è possibile? Cosa sta succedendo? Provo a correre, ad andare via, ma via dove? Ovunque è uguale, è come restare ferma nello stesso posto. Ormai ho l’acqua alla gola e i brividi sono diventati spasmi. Non ce la farò.

Un acuto biiiiip risvegliò la quiete notturna dell’ospedale, le infermiere arrivarono correndo e il cercapersone del medico iniziò a suonare.
– La paziente è in arresto! Presto, presto, serve il defibrillatore. Iniziamo con il massaggio cardiaco.-
Nella stanza dalle pareti verdi si riversarono una varietà di persone, tutte indaffarate, mentre una ne usciva, trascinata dall’infermiere un po’ più robusto.
– La mia bambina!! Noooo!! Lasciatemi entrare! Quella è la mia bambinaa!!-
– Signora stia calma, dobbiamo lavorare. Forza, si calmi. Aspetti qui, la chiameremo noi.-
La signora guardò negli occhi l’infermiere, lo sguardo carico di lacrime e di odio.
– Lei non ha una figlia. Lei non sa cosa voglia dire vedersela strappare un pezzo per volta, giorno dopo giorno. Dal primo giorno che è qui dentro non ho fatto altro che ascoltare i vostri professori darmi brutte notizie, ho assistito a cose inquietanti e ora volete portarmela via. Voi non potete allontanarmi da lei! Non potete!!-
L’infermiere si spaventò, ma non si fece cogliere impreparato e mentre la donna riprendeva a combattere lui strinse la presa più forte e la trascinò fino alla sala d’aspetto dove si assicurò che si sedesse e sfogasse la sua rabbia piangendo, senza più tentare di scappare.
– Aaaaaaah!-
L’urlo si alzò al di sopra del frastuono delle macchine e dei medici che tentavano di rianimare la ragazza. Fu così forte e inaspettato che ne seguirono solo il silenzio e il suono della macchina che continuava a segnare il battito ormai esaurito del corpicino. Un altro urlo, meno intenso, ma altrettanto inquietante.
La ragazza era seduta sul lettino, circondata da almeno cinque persone che non aveva mai visto in vita sua. Il suono acuto le perforava le orecchie e le faceva martellare la testa. Il sudore le aveva attaccato tutti i capelli ai lati della faccia pallida. Gli occhi sgranati, segnati da scure occhiaie, risaltavano del pallore delle sue iridi. Nessuno sapeva cosa stava succedendo, nessuno aveva il coraggio di muovere un muscolo. Il respiro di Francesca si fece veloce, si guardava intorno disorientata.
– Ciao Francesca.-
Paolo era davanti a lei, più alto di quanto non ricordasse, con la barba più folta, gli occhi più stanchi.
– Che succede?-
– Forse la macchina è guasta, staccatela e portatene un’altra. Presto.-
Le infermiere iniziarono a staccare la macchina che continuava a dichiarare che il cuore di Francesca era ormai fermo e la portarono via in silenzio.
– Che succede?!-
– Stai tranquilla, rispondi a una domanda. Qual è l’ultima cosa che ricordi?
– Morivano. Morivano tutti.-
– Cosa? Forse stavi sognando.-
Con forza disumana la ragazza si sollevò e si lanciò addosso al giovane medico.
– Tu morirai! Tu mi hai lasciata morire! TU!-
– No, sta’ calma! Calmati!-
– Da oggi di te resterà solo un corpo senza anima. La tua anima verrà con me!-
La ragazza, stesa sopra il giovane medico, sembrò esaurire tutte le energie che aveva e si accasciò.

Nell’ospedale scese il buio.
Fuori iniziò a piovere.
Ci fu un gran silenzio.
Forse dopo quella notte Francesca non tornerà mai più.

Veronica Sifanno

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