La notte in cui Francesca morì – parte 1

– Dai vi prego! Passiamoci solo dieci minuti.-
– Ma non ci siamo stati già l’altra volta?-
– L’altra volta è stata due mesi fa.-
– Va beh, i libri restano sempre quelli.-
– Cosa? Tu non capisci proprio niente. Ma lo sai quanti libri sono usciti in due mesi?-
– Eddai non discutete, andiamo dieci minuti e poi finiamo il giro.-
– Grazie tesoro, sei il migliore!- Francesca saltellò allegra e stampò un bacio sulla guancia di Paolo, il suo ragazzo.
I due entrarono in libreria, seguiti dai due amici che li accompagnavano per un po’ di shopping prenatalizio. L’odore dei libri avvolse subito Francesca, volava tra gli scaffali alla ricerca di novità interessanti, poi ripassava con in mano un foglio tutto scribacchiato, con l’indice scorreva tutte le costole alla ricerca del suo autore preferito e del libro che le mancava. Paolo la assistette per un po’, dopodiché reputò più saggia la scelta di trasferirsi allo scaffale de “I classici del rock”
– Finalmente! Guardate, questo libro lo cercavo da una vita!-
– Francesca! Francesca che succede?-
– Francesca rispondi, che hai?-
– Oddio ha perso conoscenza, chiamo l’ambulanza.-
– No piccola, no. Rispondi forza, Francesca! Francesca!-

Non mi ero mai sentita così, d’un tratto sono leggera e le cose cominciano ad apparirmi distanti, intangibili. Non ho più quel desidero di avvicinarmi alle cose, di appartenervi in qualche modo. Non ho più desiderio. Lascio solo che Qualcosa più grande di me mi trasporti lontano da tutto e da tutti. All’improvviso, ridondante come un gong, arriva la consapevolezza del silenzio, un silenzio così assoluto che è discutibile possa essere reale. Non sento neanche più me stessa. Non sento fruscii, né ho percezione di me. Sono evanescente come lo spazio che mi circonda, o che avrebbe dovuto circondare il mio essere. Anche perché se non sono materia, allora cosa sono? Provo a guardarmi intorno e vedo tutto, tutto tranne me. Ho coscienza di me, dunque dove sono io? Cosa mi sta succedendo?

Oh, di nuovo. Odio svegliarmi con le gambe intorpidite. Succede troppo spesso, lo so, e odio questa sgradevole sensazione, ma di andare dal medico non ho affatto voglia, non ha mai azzeccato una diagnosi il mio dottore.
– Francesca alzati! È tardi!- Mamma, puntuale più della sveglia, mi chiama sempre un minuto prima del suono del secondo allarme impostato sul cellulare. Chissà come fa.
Costringo le gambe a scivolare fuori da sotto le coperte massaggiandomi un po’ i polpacci e i piedi a denti stretti. Che male. Mi infilo i jeans e i calzini, prendo un respiro prima di levarmi la calda maglia del pigiama e mi avvolgo con la felpa blu, la più calda che ho. Muovo le dita dei piedi per assicurarmi che il torpore sia ormai passato, è rimasto solo un leggero fastidio, ma nel giro di qualche minuto passerà anche quello.

Francesca alzati! Francesca! Francesca!

Mamma è particolarmente agitata stamattina. Raccolgo le cuffie sulla scrivania e lo zaino in terra accanto alla porta. Scendo le scale a saltelli, per poco non cado di faccia, però una caviglia mi fa leggermente male adesso.

– Buongiorno mamma.-
– Oh, tesoro mio, buongiorno. Fai presto, sennò perdi il treno.-
Come ogni mattina alle 7:05 lei è impeccabile come se fossero state le 10:00. Non capisco proprio come faccia, eppure si alza appena cinque minuti prima di me, ed eccola qui, tutta vestita e attiva. Le mie movenze la mattina sono più simili a quelle di un manichino di un bradipo piuttosto che a quelle di una persona. Presa la sciarpa e il cappotto imbottito mi sono issata lo zaino sulle spalle, ho fatto un passo indietro per afferrare la merenda sul tavolo ed eccomi in macchina.
La stazione nel grigio invernale delle 7:14 è davvero un posto orribile. Nella sala d’attesa c’è il vecchio barbone, nessuno sembra sapere come sia finito sul lastrico, e lui non parla mai con nessuno se non per chiedere qualche spicciolo. L’edicola sta aprendo, la signora dalle dita grassocce e la faccia tonda sistema le riviste davanti al banco stando attenta a non nascondere i titoli. La cassa per i biglietti è chiusa, come sempre l’impiegato arriverà in ritardo.
Il tabellone annuncia l’arrivo del mio treno, mi avvicino ai binari. Ad appena tre o quattro metri da me c’è un gruppo di bulli. Distolgo lo sguardo, lo faccio sempre, non voglio che si irritino e magari vengano da me. Per fortuna vedo arrivare altri due ragazzi che si mettono ad aspettare tra me e i “delinquenti”. Sembrano contenti, scherzano tra di loro a gran voce, mentre io mi chiedo come si faccia ad essere così allegri a quest’ora di mattina, con questo tempo grigio. Ma non importa, alla fine strappano un sorriso anche a me e salgo sul treno.
Freddo. Ovviamente il treno è freddo e le persone tremano tutte avvolte in giacche e sciarpe. Una bimba dorme tra le braccia della madre, lei le stringe le manine paffute per non farla raffreddare e la guarda in un modo… Semplicemente, con lo sguardo di una madre.
Le luci lampeggiano appena prima di entrare nel tunnel. Lo sguardo distratto dei pochi passeggeri si alza verso le luci al neon. L’odore di chiuso e umido investe il vagone. Sento qualcosa sbattere sul finestrino accanto a me, torna il buio per un attimo. Con la coda dell’occhio percepisco qualcosa che si muove. Quando la luce torna i volti si rasserenano un po’, sento che finalmente i respiri trattenuti si liberano e io sposto nuovamente lo sguardo verso il finestrino. Mi piace guardare fuori, ogni volta il paesaggio sembra diverso. Sbatto le palpebre e sussulto, quasi finisco sul seggiolino di fianco al mio. Il vetro è schiantato. Di nuovo percepisco un’ombra con la coda dell’occhio e mi giro terrorizzata. Non c’è nessuno e il resto dei passeggeri mi sembrano tranquilli. Forse mi sto solo facendo suggestionare, ma continuo ad avere la sensazione che qualcosa non vada. Torno a guardare il finestrino. Di nuovo sussulto, sento le lacrime affiorarmi agli occhi. Il vetro è appannato ed è apparsa una scritta.
Aiuto.
Le lacrime mi oscurano la vista e torno cieca nel buio del tunnel.

– Si è mossa! Si sta muovendo!! Guardate!!-
– Signora si calmi, la prego.-
– Ma guardate, sta muovendo il dito.-
– Sta tracciando dei segni… sembra stia scrivendo. I. U. T. O. A. I. U. T… Oddio, sta chiedendo aiuto.-
Gli occhi dell’infermiera si riempirono di lacrime, non aveva mai visto niente del genere in vent’anni di servizio in ospedale. Il medico restava a fissare incredulo il corpo della giovane attaccato alle macchine che la mantenevano in vita.
– Santo cielo.-

Lascia un commento