Storia di un’amazzone – Parte 5

Passò un altro inverno, un altro anno e un’altra primavera piena di donne fertili. Per tutto l’inverno mi ero preoccupata della situazione del nostro villaggio e i turni di guardia per noi erano aumentati, vista la minaccia lanciataci dal villaggio. E a malincuore proprio verso esso mi dirigevo, preoccupata di vedere le porte aprirsi e far uscire una truppa di uomini con il petto nudo, la lancia in una mano e lo scudo nell’altra. Sarebbero stati in maggioranza numerica.
Quella notte gli uomini presenti alle porte di Kraun erano meno numerosi degli anni passati. Non ci feci caso e adocchiai un giovane che mi seguì mi seguì. Non era affatto come l’uomo rude dell’anno prima, anzi, sembrava timido e forse spaventato.
«Cosa ti hanno raccontato di noi per tremare così?»
«Hanno detto che avete ucciso la metà dei neonati dell’anno scorso e che era probabile che stanotte noi non saremmo tornati a casa»
«Beh, ti hanno raccontato un sacco di frottole. Tornerai a casa, proprio come tutti gli altri» Dicendo questo mi voltai e lo atterrai.
Rimasi più tempo del solito in compagnia del giovane. I suoi modi erano più dolci, non sembrava come tutti gli altri uomini. Non avevo mai creduto che qualcuno del villaggio potesse solamente concepire la bontà e la gentilezza.
Credo che la fine di quella primavera sia stata la peggiore della mia vita, ma quell’estate non la scorderò mai. Era la prima volta che apprezzavo un uomo e la prima volta che sentivo un piccolo crescere dentro di me. Aella era molto orgogliosa e mi aiutò spesso durante i mesi più difficili. Insieme alle future mamme andavamo vicino alla cascata, ci rilassavamo e ci davamo consigli. Io ascoltavo tutto con molta attenzione, per assicurarmi che il mio bambino nascesse bene e che fossi in grado di crescerlo come una vera mamma: allattandolo, alzandomi la notte e non perdendo il lume della ragione, come talvolta accadeva.

«Quando sei nata, amore, non sai che gioia ho provato. Eri così piccola. Eri la mia prima bambina. Non sai quanto hai urlato appena nata. Eri bellissima, quando ti addormentavi accanto a me sembravi così tranquilla, così indifesa. Ora sei diventata una bambina forte e sarebbero guai se qualcuno provasse a farti piangere ora!»
Guardavo la mia bambina sorridere. Aveva sei anni ed era ormai capace di combattere con le sue coetanee. Le guance paffute, gli occhi chiari e i capelli scuri come quel ragazzo tanto gentile che conobbi sei anni prima. Mentre io e mia figlia ridevamo suonò la tromba dell’allarme.

-Ronny-

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