Un altro mondo

Stavo scrivendo una storia, quando mi sono scoraggiata e, parlandone con i miei amici, siamo riusciti a far emergere una trama migliore. Adesso, però, parte di ciò che avevo scritto non mi serve più, quindi ho deciso di mettere qui la prima parte della vecchia storia. Iniziava così.

Guardavo la mia città dalla finestra. Era tutto molto silenzioso, guardavo i gruppi di non più di tre persone passare di tanto in tanto sulla strada lì davanti. Camminavano con passo lento, si tenevano a braccetto per sostenersi l’un l’altro più che per un gesto di eleganza o di affetto.
Molte case erano ripiegate su loro stesse, i muri ridotti a macerie, le finestre private dei vetri che, nei migliori dei casi, erano sostituiti da buste di plastica o assi di legno. Le case che ancora erano in piedi erano adibite a rifugi e creavano piccole comunità di venti, trenta persone al massimo. Tutti si adoperavano per il bene di tutti. La nostra casa era stata puntellata con qualunque cosa potesse essere resistente abbastanza. La nebbiolina, mischiata al pulviscolo dei detriti, donava un senso di irrealtà a qualunque cosa ne fosse avvolta.
Dal cielo iniziarono a cadere piccoli fiocchi grigi, sospinti dal vento lieve. Stava ricominciando. Il paese accanto a questo era stato evacuato due giorni prima, poiché era costruito ai piedi del vulcano che la notte precedente, a seguito di una forte scossa di terremoto –la stessa che aveva distrutto la nostra città-, aveva iniziato a eruttare detriti incandescenti, vomitare lava rovente e a distruggere indistintamente ogni cosa si trovasse sul suo percorso.
Le persone iniziarono a tornare verso le proprie case-rifugio e le poche finestre intatte vennero barricate.
«Veronika! Chiudi e vieni dentro!» La voce di mia madre fu accompagnata da un abbaio e da uno zampettare sonoro e veloce. Chiusi i vetri e abbassai le tapparelle. Voltandomi vidi venirmi incontro correndo il mio cagnolino. La corporatura robusta, il collo taurino e le zampe corte creavano una buffa armonia. L’impatto fu violento e affettuoso. Saltò con le zampe anteriori appoggiandosi alle ginocchia e mi guardò con la lingua rosea penzolante attendendo il mio saluto. Lo accarezzai e lui mi si mise accanto aspettando che mi muovessi. Lo guardai per un attimo. Il manto bianco e nero, il pelo corto e lucido. Gli occhi grandi e scuri erano incorniciati da un muso completamente nero, tranne il naso, circondato da un anellino bianco da cui partiva una striscia che si dilungava in mezzo ai due occhi, fino alla fronte.
«Forza Jerry, andiamo»-Ronny-

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